GLI OGGETTI

Fra tutti gli oggetti più cari
sono per me quelli usati.
Storti agli orli e ammaccati, i recipienti di rame
i coltelli e le forchette che hanno di
legno i manici,
lucidi per tante mani; simili forme
mi paion di tutte le più nobili.
Come le lastre di pietra
intorno a case antiche, da tanti passi lise,
levigate,
e fra cui crescono erbe,
codesti sono oggetti felici.
(Bertolt Brecht)

C'ERA UNA VOLTA

C'era, un po' in ombra, il focolaio; aveva
arnesi, intorno, di rame. Su quello
si chinava la madre col soffietto,
e uscivano faville.
C'era, nel mezzo, una tavola dove
versava antica donna le provviste.
Il mattarello vi allungava a tondo
la pasta molle.
C'era dipinta, di verde, una stia
e la gallina in libertà raspava.
Due mastelli, là sopra, riflettevano
colmi gli oggetti.
(Umberto Saba)

Non fraintendetemi: non è che io abbia nostalgia del passato, non nel senso che si dà comunemente alla parola "nostalgia".
Semmai, nostalgia dell'atmosfera che si respirava allora... anche se devo ammettere che i miei occhi di bambina vedevano tutto sotto una luce edulcorata. Quando ne parlo con mia mamma, lei mi dice: "Eeee... tu non sai... non sai....!"
No, io non so, so solo quello che ricordo.

Ricordo, ad esempio, che quando ero piccina picciò si viveva tutti in un'unica casa: la nonna paterna (il nonno era mancato l'anno prima che nascessi... ah, tra l'altro, scusate la divagazione, ho anche scoperto che quello fu il motivo della mia esistenza in questo mondo: nonna non si riprendeva - il nonno morì improvvisamente, ancora giovane, per un infarto - e allora i miei decisero di regalarle un nipotino per "svagarla via", ovvìa, un trastullo, uno scacciapensieri.... fa bene sapere di essere stata ardentemente desiderata!), le due zie ancora da maritare, lo zio più giovane e noi tre. L'altro zio, il primogenito, abitava con la moglie e i due figli in una casa nello stesso cortile: praticamente porta a porta. Era un tipico esempio di famiglia matriarcale, insomma...

Ricordo che quando si faceva il bucato era una cerimonia: pentoloni d'acqua che ribollivano, tini e mastelli così grandi che se vi fossi caduta dentro sarei annegata, i famosi "assi da lavare", un asse con il posto per il sapone in un angolo in alto a destra, grossi bastoni che servivano a girar lenzuola finché l'acqua non raggiungeva una temperatura ideale per immergervi le mani... e poi il risciacquo alla roggia prima, alla pompa del cortile poi (meraviglia! non occorreva più trasportare quei pesanti mastelli fino alla roggia!). Altro che ammorbidente... la sera le lenzuola pulite nel letto scricchiolavano come carta da zucchero!
Già... la carta da zucchero... quella magnifica carta viola-blu in cui la negoziante (l'Adriana... "giochiamo all'Adriana!" dicevamo noi bambini, convinti che fosse il nome del negozio e non della persona) ci vendeva la quantità di zucchero desiderata...
Ricordo quando poi si doveva stirare tutto quel mega-bucato (ricordate in quanti eravamo?): due ferri sulla stufa a legna, ferri di ferro, perdonate il bisticcio, e quando uno si raffreddava lo si riposizionava sulla stufa e si prendeva l'altro... e via così, fino alla fine della montagna di panni.
E sulla stufa, quella coi cerhi in ferro, d'inverno si mettevano le bucce d'arance e mandarini: che buon profumo si spandeva per la cucina!
Attaccata alla stufa stava la caldaia: una grossa vasca di metallo piena d'acqua per cucinare, lavare i piatti o fare il bagno.
Il bagno lo si faceva in cucina, ovviamente, l'unica stanza calda della casa, sempre in quei grossi mastelli che erano serviti per il bucato il giorno prima.
E l'acqua? L'acqua la si andava a prendere alla pompa in cortile, col secchio smaltato di bianco e il bordo blu (ma come faccio a ricordarmi questi particolari.... io, che oggi non ricordo quel che ho mangiato ieri...!); il secchio veniva poi lasciato accanto al lavello in pietra, con un mestolo a forma di tazza che serviva per bere, e tutti si beveva da lì!
Ricordo quando mi mandavano fuori a prendere l'acqua: se la maniglia della pompa era stata lasciata troppo in alto e non ci arrivavo, dovevo prendere uno sgabello lì accanto, ma era una faticaccia, perchè dovevo esercitare una forza incredibile per farla scendere... e io, che son sempre stata un "pulastrin", sbanfavo e sudavo, ma non cedevo io, doveva cedere lei!!!
Poi venne la corrente, il primo frigorifero, la luce elettrica, l'acqua in casa (quale stregoneria è mai questa?) ecc... ecc.... fino al primo televisore, primo e unico, perché la sera ci si trovava tutti insieme a vedere lo stesso programma - nel frattempo la nonna era mancata, noi ci eravamo spostati in un'altra casa sempre nel cortile, lo zio si era sposato ed abitava nella casa della nonna e le due zie, pure loro accasate, nello stesso cortile: praticamente un'unica grande "corte" con le case adiacenti disposte ad ELLE, gli orti sul terzo lato e i "bagni" in fondo (ma ci pensate?).

Un clan, né più, né meno. Era una zona del paese denominata la "Basitalia" ("s" di sole, non di rosa), perché abitata perlopiù da meridionali, e il nostro grande cortile popolato da questa mega-famiglia di origini venete si arrabbiava per questo nomignolo, così come gli abitanti prettamente lomellini. Ma la tradizione è dura a morire.... pensate che ancora oggi quel quartiere viene indicato così....!
E poi ricordo...................
No, basta. Per oggi ho già ricordato anche troppo.
Teniamo qualcosa anche per la prossima puntata.
Rileggendo mi son resa conto d'aver ancora una volta scritto una lenzuolata di roba: mi scuserà l'amico che mi ha rimproverata perché deve prendersi mezza giornata di ferie per leggere i miei post... dai, leggilo a puntate, lo so che avevo promesso che sarei stata meno prolissa.... ma 'un je 'a fo'! Me sbrodolo addosso....!
Spero comunque di non avervi annoiati, e vi auguro una magica serata.
Giusy